Intervista al Presidente — Sfide per l'export italiano nel 2026
Intervista al Presidente — Sfide per l'export italiano nel 2026
Il Presidente di Confindustria analizza le prospettive dell'export italiano alla luce delle nuove dinamiche geopolitiche e commerciali. Focus su mercati emergenti, Made in Italy e competitività delle PMI.
Buongiorno Presidente, grazie per questa intervista esclusiva. Partiamo dal quadro generale: come si presenta l'export italiano all'inizio del 2026?
Buongiorno a tutti. I dati sono incoraggianti: nel 2025 abbiamo superato i 600 miliardi di euro di esportazioni, un record storico. Le imprese italiane hanno dimostrato una resilienza straordinaria negli ultimi anni, affrontando la crisi energetica, le tensioni geopolitiche e la riconfigurazione delle catene di fornitura globali.
Numeri impressionanti. Ma quali sono i settori trainanti?
La meccanica resta il nostro fiore all'occhiello, seguita dall'agroalimentare premium e dalla farmaceutica. Ma quello che mi entusiasma è la crescita dell'export di servizi digitali e di soluzioni tecnologiche: le nostre imprese non sono più solo manifattura, sono sempre più fornitori di soluzioni integrate.
Parliamo di mercati. Dove si concentrano le opportunità per il 2026?
Guardiamo con grande interesse all'area ASEAN — Vietnam, Indonesia, Thailandia, Filippine. Sono mercati con 680 milioni di consumatori, un PIL in crescita del 5% annuo e una classe media in rapida espansione. Il nostro export verso l'ASEAN è cresciuto dell'8,5% nel 2025, ma il potenziale è ancora enorme.
Se posso aggiungere, i dati del Centro Studi confermano questa tendenza. L'Italia è tra i Paesi europei con la maggiore diversificazione geografica dell'export, ma c'è margine per crescere soprattutto nei mercati emergenti dell'Asia-Pacifico.
Professor Fortis, quali settori hanno le migliori prospettive in queste aree?
Sicuramente la meccanica strumentale, dove siamo leader mondiali in molte nicchie. Ma anche l'agroalimentare di alta gamma, l'arredamento, la moda e, sempre più, le tecnologie per l'automazione industriale. Il Made in Italy ha un valore percepito altissimo in Asia.
Esatto. E qui entra in gioco la nostra strategia: dobbiamo aiutare soprattutto le PMI a fare il salto. Le grandi aziende hanno già una presenza consolidata sui mercati internazionali, ma il tessuto produttivo italiano è fatto di piccole e medie imprese che hanno un potenziale inespresso.
Quali strumenti mette in campo Confindustria per supportare le PMI esportatrici?
Abbiamo un programma articolato. Primo: missioni commerciali organizzate nei mercati target, non generiche ma verticali per settore. Secondo: intelligence di mercato, ovvero dati e analisi che aiutano le imprese a capire dove ci sono opportunità concrete. Terzo: supporto per le certificazioni, che in molti mercati sono barriere all'ingresso.
E poi c'è il tema della digitalizzazione del commercio internazionale. Le piattaforme B2B, l'e-commerce cross-border, gli strumenti di marketing digitale: possono aprire canali di vendita prima inaccessibili per le piccole imprese. Su questo i nostri Digital Innovation Hub stanno facendo un lavoro eccellente.
Un dato interessante: le PMI che utilizzano canali digitali per l'export registrano in media un fatturato estero superiore del 30% rispetto a quelle che si affidano solo ai canali tradizionali. La digitalizzazione non è un costo, è un moltiplicatore di business.
Parliamo di Made in Italy. Come evolve questo concetto nell'era della globalizzazione e dell'intelligenza artificiale?
Il Made in Italy non è solo un marchio, è una promessa di qualità, design, innovazione e attenzione al dettaglio. Nell'era dell'AI, questa promessa si arricchisce: le nostre imprese usano l'intelligenza artificiale per migliorare i processi, personalizzare i prodotti, ottimizzare la supply chain. Ma la creatività, il gusto, la capacità artigianale restano inimitabili.
Un ultimo tema: la sostenibilità come fattore competitivo nell'export.
Fondamentale. I buyer internazionali, soprattutto nei mercati più evoluti, sono sempre più attenti alla catena di fornitura responsabile. Le imprese che investono in processi green, certificazioni ESG e economia circolare trovano porte aperte. La sostenibilità non è più un nice-to-have: è un prerequisito per competere.
I dati lo confermano: il 72% dei buyer europei e nordamericani include criteri ESG nella selezione dei fornitori. Per le imprese italiane, questo è un vantaggio competitivo naturale: il nostro tessuto produttivo è già orientato alla qualità e alla responsabilità.
Presidente, un messaggio finale per le imprese italiane?
Le imprese italiane sono il motore del Paese. Abbiamo tutte le carte per vincere la sfida globale: qualità, innovazione, flessibilità, creatività. Ora serve coraggio per investire, fare rete e guardare oltre i confini tradizionali. Confindustria è al fianco delle imprese in questo percorso.